Alla Sapienza un museo per rintracciare le radici comuni

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All’Università si studia, si seguono le lezioni, si prende un caffè durante le pause. Alla Sapienza poi c’è il pratone che, per quanto limitato dalle strutture in cui si tengono ormai da due anni le lezioni di Giurisprudenza, attira sempre una parte degli studenti che ama godersi anche il pigro sole autunnale.
Ma la prima università di Roma ha un’offerta più vasta di quel che potrebbe sembrare ad una matricola appena iscritta e un fiore all’occhiello dell’istituzione universitaria sono i suoi molti musei, dislocati nelle varie facoltà; da quello di Storia della Medicina con le sue ricostruzioni di ambienti affascinanti come il laboratorio dell’alchimista fino a quello dell’Arte Classica, la Gipsoteca, una grandissima collezione di gessi che permette di studiare da vicino la civiltà greca.

 

Alla Sapienza un museo per rintracciare le radici comuni

Da marzo 2015, grazie all’impegno del professore e archeologo Lorenzo Nigro, l’offerta si è arricchita di un nuovo luogo del sapere, un vero e proprio laboratorio a disposizione di studenti e curiosi: il Museo del Vicino Oriente, Egitto e Mediterraneo.

Il Museo ha una sua struttura, un filo conduttore che si precisa lentamente considerando l’insieme dei reperti esposti, le ricostruzioni, le cartine come quella dell’Egitto, fatta rifare appositamente per il museo da Nigro “perché ci si deve accorgere che da una parte all’altra sono 2.500 chilometri”, affiancata da una tabella cronologica che renda l’idea di quei 4000 anni di storia:

Alla Sapienza un museo per rintracciare le radici comuni

l’idea è che tutte le civiltà che si affacciano sul mar Mediterraneo, pur nella varietà delle culture che hanno prodotto, abbiano radici comuni. Un Museo che, dunque, si propone come un ponte, uno strumento di dialogo e riavvicinamento di popoli che hanno storie diverse nelle quali, però, è possibile ravvisare i tratti comuni, le vicinanze più che le differenze.

Tutti i materiali presenti nelle teche rappresentano il frutto di oltre cinquant’anni di campagne di scavo condotte dagli archeologi della Sapienza e dagli studenti che questi materiali hanno raccolto, analizzato, catalogato nei siti sparsi tra Egitto, Sicilia, Turchia, Palestina, Iraq, Giordania: luoghi che entrano nel nostro immaginario costantemente attraverso i giornali, le notizie di guerre e conflitti che sembrano spazzare via millenni di storia per lasciare soltanto la polvere, luoghi che ricreano qui una nuova geografia, fatta di studio e comprensione reciproca.

Alla Sapienza un museo per rintracciare le radici comuni

 

Molti sono gli accorgimenti messi in atto per rendere la fruizione del museo a 360°: innanzitutto, come ci tiene a sottolineare lo stesso Direttore del museo, Nigro, la scelta del bianco come colore preponderante, di contro a quella cultura del “museo gioiello” che tende a creare spazi in cui le opere esposte non possono essere osservate e le luci stordiscono l’osservatore; in secondo luogo la presenza del QR Code che permette di ottenere, tramite lo smartphone, tutte le informazioni disponibili per approfondire la conoscenza di quello che si sta guardando; in ultimo, e forse è questa la caratteristica da valorizzare al massimo, sono gli stessi giovani archeologi che hanno allestito il museo a fare da guide, mettendo a frutto le conoscenze acquisite sul campo.
Non una vetrina, dunque, ma una vera e propria fabbrica di sapere attiva e aperta a pubblico e studiosi che possono qui trovare, concentrato entro poche sale, il frutto di secoli di civiltà messe a confronto.

 

Sara Fabrizi

Sara Fabrizi

Author: Sara Fabrizi

Classe '92, laureata in Filologia Moderna all'Università di Roma "La Sapienza", redattrice per NéaPolis e Tutored. Gestisco due blog "Parole in viaggio" dedicato all'arte e ai luoghi d'Italia e "Storie dal cassetto", raccolta di racconti brevi soprattutto a carattere psicologico. Un mio racconto "Il battesimo del fuoco" è stato selezionato e pubblicato nell'antologia "I racconti di Cultora. Centro-sud" seconda edizione per Historica edizioni nel 2015. Sono membro fondatore dell'associazione "La parola che non muore" e responsabile dell'ufficio stampa per il Festival omonimo a Civita di Bagnoregio, inaugurato nel 2015.

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