American Sniper, o “la legge del taglione”

Clint Eastwood è ufficialmente in lizza per i prossimi Oscar del 22 Febbraio: il suo cecchino sembra aver centrato il segno della critica, ovviamente americana, con ben sei candidature, e potrebbe far portare a casa all’84enne regista la quinta ambita statuetta della sua carriera. Ma un eventuale Oscar sarebbe davvero meritato per American Sniper?

La trama del film è tratta daAmerican Sniper: The Autobiography of the Most Lethal Sniper in U.S. Military HistorydiChris Kyle, il Navy SEAL passato alla storia come il cecchino più letale d’America: partito per l’Iraq quattro volte nell’arco di sei anni, 255 uccisioni, una  taglia da 200.000 dollari sulla sua testa e tanto, tanto patriottismo. Tornato dei suoi amati Stati Uniti fu poi un veterano con problemi da stress post traumatico a sparagli e ucciderlo in un poligono da tiro nel Febbraio 2013. Un destino decisamente paradossale.

Dio, patria e famiglia” (non necessariamente in questo ordine), questi erano i valori che muovevano il monolitico Chris Kyle, impersonato da un enorme Bradley Cooper, qui anche produttore, che ha messo su 30kg per entrare nella parte e che di certo interpreta con maestria l’elementare natura del personaggio in questione. Per quanto riguarda Dio, Kyle era pronto ad incontrarlo e a rispondere di ogni singolo sparo: del suo rapporto con la religione non apprendiamo molto, eccetto per la Bibbia che portava sempre con sé, ma qualcosa suggerisce che fosse un indottrinamento nato e cresciuto assieme a quello patriottico, e anzi fossero due facce della stessa medaglia.

Sulla famiglia, di cui Kyle si sentiva il cane pastore tanto quanto dell’America, non traspare nulla di interessante: il rapporto alquanto piatto con la moglie Taya (Sienna Miller) non riesce a dare avvio ad alcuna considerazione di spessore da parte dei coniugi e in generale il loro rapporto sembra finto come il bambolotto che tiene in braccio Kyle e che dovrebbe essere sua figlia appena nata. Dei tre cardini della sua vita, è certamente con la patria che il Chris Kyle di Eastwood aveva i più frequenti rapporti: quanto meno con i suoi ideali di bontà e fratellanza, unica verità per il protagonista.

Dall’alto dei tetti da cui sparava, questo SEAL letale era immerso nella più bassa e abietta visione del mondo: egli definiva l’uccidere i nemici “fun”, un qualcosa che amava e  gli Iraqueni erano solo dei “bad guys”, selvaggi le cui vite non erano neppure paragonabili ad un qualunque americano. Tra l’altro, sempre per difendere questi stessi americani, Chris Kyle si vantava anche di aver ucciso alcuni sciacalli a seguito dell’Uragano Katrina, fatto tuttavia mai comprovato. Nella mente di questo soldato vi era una distinzione del mondo netta, priva di sfumature, piatta: bianco e nero, bene e male, eroici Stati Uniti e vili e fanatici Iracheni e la ferma, incrollabile convinzione di uccidere persone per il bene del paese migliore del mondo.american-sniper-cooper

A dominare Kyle è la lex talionis: occhio per occhio, “bisogna uccidere i fanatici musulmani perché loro hanno fatto crollare le Torri Gemelle e vogliono renderci tutti schiavi”: un riduzionismo spiccio, di quello che piace al popolino. Siamo difronte ad un essere quasi primordiale, le cui azioni sono conseguenza di un forte dovere morale nei confronti della grande nazione America. Il tutto però è fatto senza ragionamento critico, senza riflessioni complesse: c’è solo una cieca obbedienza al regime patriottico. Nel mondo di Chirs Kyle non vi era posto per altro che non la patria, ma intesa in maniera più ideologica che concreta: d’altronde quando tornava dalla sua famiglia non era mai veramente presente, il suo pensiero tornava di continuo alla guerra non combattuta. Un uomo insomma, quasi disumanizzato, che alla domanda dello psicologo circa l’essere dispiaciuto per quanti aveva ucciso, risponde che il suo unico rimpianto era stato non riuscire a salvare più Marines.

È facile capire il personaggio a tratti primitivo di Chris Kyle, meno facile è comprendere le ragioni che hanno portato Clint Eastwood a girare un film su di lui: tutti conosciamo il suo spirito repubblicano e non possiamo condannarlo in toto per ciò, ma la domanda sorge spontanea: questo film era necessario? Forse no.

Non era necessario addentrarsi nell’ideologia dura e pura di una verità storica spesso mistificata e dimenticata in certe sue parti per salvaguardare l’immagine della grandiosa America. Non era necessario rendere omaggio in questo modo ad un soldato che amava uccidere e non dava alcun peso alle vite che strappava, un soldato che in ultima analisi fu vittima del suo stesso paese, ideologicamente e poi materialmente. D’altronde però è di un film americano che stiamo parlando e che solo negli Stati Uniti avrebbe potuto trovare un consenso tanto ampio (100 milioni di dollari solo nel primo weekend).

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Malgrado alcune scene di battaglia di alto livello tecnico e il direttore della fotografia Premio Oscar Tom Stern che rende benissimo i sabbiosi paesaggi Iraqueni, American Sniper è un film chiuso, claustrofobico, che ristagna nella propagande bellica più abietta e che proprio non si riesce a leggere nei termini di una denuncia.

Oserei definire questo un film persino pericoloso nella sua banalità ideologica, un film che può sì essere guardato per comprendere l’assurdità della guerra, ma che può diventare un monito e un incoraggiamento per tante menti deboli, vittime di un’idea di patria radicale e piatta, priva di coscienza.

Perché in una società che si basa sul predominio dell’altro e che trova consensi sull’onda emotiva delle masse ignoranti, ignoranti anche perché ben tenute lontane dalla realtà dei fatti, come vediamo quotidianamente, raccontare la vicenda di un uomo che vede il mondo come un livello di San Andreas, è un messaggio sbagliato e potenzialmente letale come il cecchino Kyle.

Alessia Agostinelli

Author: Alessia Agostinelli

Laureata in filosofia e amante del cinema e della letteratura, sempre in giro per il mondo all'inseguimento dell'unico, grande sogno: la scrittura. Letteratura dell'800, film degli anni '90 e Filosofia di ogni tempo sono da sempre i miei compagni più fedeli.

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