Campo Marzio, storia del rione dalla falce di luna

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Campo Marzio, storia del rione dalla falce di luna

Passeggiare per il centro di Roma significa spesso ripercorrere gli stessi itinerari, da Piazza di Spagna verso via del Corso, Piazza Navona, il Pantheon, quasi in un automatismo tipico di chi conosce la città per averla attraversata in lungo e in largo in pigri e caldi (o freddi) pomeriggi festivi. È sufficiente un minimo di attenzione in più per riconoscere, sotto la faccia moderna della città, le tracce di un passato da riscoprire lentamente, seguendo quelle stesse strade, sempre percorse e mai conosciute veramente. Alzando gli occhi lungo via del Corso, ad esempio, capiterà di incrociare lo stemma del rione Campo Marzio (originariamente Campo Marzo): una falce di luna.

campo marzio stemma falce di lunaGran parte del centro storico ricade proprio in questo rione, un po’ più piccolo dell’originario Campo Marzio (Campus Martius, campo di Marte), una vasta area pianeggiante, compresa tra la sponda del Tevere e i colli Pincio e Quirinale. Il nome è rivelatore della sua destinazione originaria in età regia e repubblicana: era dedicato a Marte proprio perché vi si svolgevano esercitazioni militari e attività sportive.

Era un luogo particolarmente caro ai romani giacché, secondo la tradizione, proprio qui presso la Palus caprae (palude delle capre) era stato assunto in cielo il primo re di Roma, Romolo, divinizzato con il nome di Quirino (da cui deriva il nome del colle Quirinale, sede del primo tempio a lui dedicato). Successivamente Tarquinio il Superbo si impadronì dell’area, sottraendola al popolo, violandone la sacralità e destinandola al proprio uso privato per la coltivazione del grano. Vuole la leggenda che dai covoni di grano cresciuti nel Campo Marzio, gettati nel Tevere durante la cacciata del re, sia nata l’isola Tiberina. Una leggenda che ci racconta chiaramente quanto questo re fosse disprezzato dal popolo romano.

Campo MarzioIn quest’area, fino al tempo di Aureliano fuori dalle mura della città, sorsero edifici sacri – prevalentemente dedicati a divinità orientali il cui culto veniva importato a Roma – e fu il luogo in cui venivano ricevuti gli ambasciatori stranieri, proprio per il suo carattere di zona extra moenia, fuori dall’ambito strettamente cittadino. In età imperiale, invece, il Campo Marzio fu interessato da una forte urbanizzazione; sorsero stadi, palestre, teatri, una naumachia, edifici di cui ancora oggi possiamo ammirare le vestigia o l’impianto, basti pensare a Piazza Navona, realizzata sui resti dello stadio di Domiziano, o al teatro Marcello.

Durante il Medioevo Campo Marzio fu una delle zone di Roma più popolose, grazie proprio alla vicinanza del fiume Tevere: il taglio degli acquedotti da parte dei Goti di Vitige, durante l’assedio di Roma nel 537 d.C., aveva privato la città del proprio rifornimento idrico, costringendo la popolazione a tornare a raccogliere l’acqua direttamente dai pozzi e dal fiume. Fu in quest’epoca, probabilmente, che nacquero inquietanti leggende intorno a piazza del Popolo. Proprio fuori dalla porta, infatti, venivano sepolti in una fossa comune tutti coloro che non avevano diritto a trovare posto in terra consacrata (ladri, prostitute, attori, vagabondi). Girava voce che in questo luogo di manifestasse il fantasma di Nerone e la cosa non appare strana se si pensa che la basilica di Santa Maria del Popolo sorge sul sepolcro dei Domizi Enobarbi, famiglia alla quale Nerone apparteneva. Per far fronte alle dicerie e alle superstizioni Papa Pasquale fece demolire il sepolcro nel 1099 e lo sostituì con una cappella, l’antenata dell’attuale basilica (per un approfondimento su questo tema clicca qui).

È l’epoca dei papi, tra ‘400 e ‘500, a ridare lustro a Campo Marzio con una serie di interventi destinati a modificare l’assetto viario e quindi la fisionomia della zona, portandola ad avere l’aspetto che ha oggi: papa Paolo II (1464-1471) sistemò via Lata, quella che sarebbe divenuta via del Corso; nel 1518 papa Leone X faceva realizzare via Leonina, rinominata via di Ripetta; tra 1523 e 1527 Clemente VII fece tracciare via del Babuino: nasceva così il tridente di Roma, uno dei complessi viari più importanti per il traffico della capitale.

Con le modifiche urbanistiche vennero anche le costruzioni di privati e famiglie aristocratiche:

palazzetto Zuccari, dimora del famoso pittore tardo-rinascimentale Federico Zuccari, con la sua caratteristica e mostruosa facciata, costruito nel 1590;

villa Medici, la cui costruzione cominciò nel 1576 dal cardinale, futuro granduca di Toscana, Ferdinando de’ Medici;

palazzo Borghese, costruito a partire dal 1560 su progetto del Vignola e ampliato successivamente da Martino Longhi il Vecchio, Flaminio Ponzio e Carlo Maderno per volontà di Camillo Borghese, futuro papa Paolo V.

via margutta campo marzioIl rione Campo Marzio non ha mai perso il suo fascino, nonostante il dilagare degli esercizi commerciali e il chiudere delle botteghe storiche nonché la scomparsa di coloro che, con la loro presenza, contribuivano a conferire una certa notorietà alla zona: Fellini, Guttuso e gli altri artisti che decisero nel corso del ‘900 di dimorare da queste parti. Restano oggi, oltre alle tracce del passato più remoto nei resti archeologici, alcuni luoghi simbolo del rione: via Margutta con la tradizionale mostra-mercato dei “100 pittori a via Margutta” e la fontanella rionale che ne ricorda sempre il legame con l’arte (qui un approfondimento sulle fontanelle), via del Babuino dove si può ancora entrare nell’atelier di Antonio Canova grazie al Ristorante Atelier Canova Tadolini

Sara Fabrizi

 

Sara Fabrizi

Author: Sara Fabrizi

Classe '92, laureata in Filologia Moderna all'Università di Roma "La Sapienza", redattrice per NéaPolis e Tutored. Gestisco due blog "Parole in viaggio" dedicato all'arte e ai luoghi d'Italia e "Storie dal cassetto", raccolta di racconti brevi soprattutto a carattere psicologico. Un mio racconto "Il battesimo del fuoco" è stato selezionato e pubblicato nell'antologia "I racconti di Cultora. Centro-sud" seconda edizione per Historica edizioni nel 2015. Sono membro fondatore dell'associazione "La parola che non muore" e responsabile dell'ufficio stampa per il Festival omonimo a Civita di Bagnoregio, inaugurato nel 2015.

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