Condivido, dunque sono

Negli ultimi anni stiamo assistendo ad un fenomeno che dal nulla, silenziosamente, ha completamente rivoluzionato il nostro modo di comunicare tra di noi: sto parlando del fenomeno “social network”.

Ciò che nasceva come un nuovo modo di rimanere in contatto con amici e parenti, ha assunto dimensioni sociologiche immense: Facebook, Twitter, Instagram sono sempre più spesso ormai, non solo una via di comunicazione, ma contenuto della stessa. Oggigiorno non c’è quasi niente e nessuno, da Obama a Papa Francesco, che non abbia un profilo online. Tutto può essere “piacizzato”, tutto può essere condiviso. Sebbene milioni di adulti siano ormai “social”, il fenomeno riguarda principalmente i più giovani: il 90% dei ragazzi tra i 13 e i 25 anni sono in rete e hanno un’immagine pubblica, cui  spesso tengono tantissimo.

Diverse volte mi sono trovata a riflettere sull’influenza che questi social networks esercitano ormai sulle nostre vite, ma senza mai soffermarmi apertamente a chiedermi: cosa stiamo facendo?

E poi ho realizzato: ci stiamo sponsorizzando.    

Comincia tutto con la presentazione sul nostro profilo: tutti cerchiamo il modo più “in” e interessante di presentarci a chi seguirà le nostre avventure virtuali, ossia i racconti (spesso in tempo reale) della nostra vita vera.

Penso che diverse persone che stanno ora leggendo questo articolo abbiamo, almeno una volta, visto profili Instagram di narcisisti alla ricerca di followers che “hastaggano” #ogni #parola #per #essere #più #cool#.  Sono persingo peggio di quelli che hanno la propria foto come immagine di copertina su Facebook.

Il martellante susseguirsi di pubblicità cui assistiamo sin da quando siamo bambini, ha sortito i suoi frutti: siamo diventati noi stessi delle pubblicità viventi.                                                                                                 

Continuamente condividiamo con il mondo, o quanto meno con tutti i nostri amici virtuali, le nostre vite: la musica che amiamo, le foto della laurea, le foto del risveglio, i nostri pranzi, i nostri amori, i posti in cui andremo, in cui siamo andati, persino quelli in cui vorremo andare.

Spesso mandiamo messaggi subliminali: pubblico questa canzone per il ragazzo che mi piace sperando la veda e capisca che mi riferisco a lui, scrivo questo stato in risposta alla ragazza che non sopporto, pubblico questa foto per ricordare a tutti che sono bella. Che esisto anche io.

Ci è venuto meno il coraggio di parlare apertamente. Un “mi piace” vale quasi più di un incontro d’amore o di uno schiaffo.

Se prima l’importante era essere, poi esserci, ormai, “dire di esserci” è lo scopo ultimo di ogni attività sociale.     

 

L’uomo è un animale sociale, ora forse ha solo cambiato il modo di vivere questa sua socialità. Ma continuando su questa china, in definitva, dove ci condurrà tale processo? La solitudine è ora un demone da scacciare: è bene essere sempre con gli altri o quantomeno in contatto con essi. Eppure, anche se non solitari, siamo comunque soli. Ci dimentichiamo insomma che la solitudine è essenziale per chiunque e chi è in grado di stare da solo, di fare i conti con se stesso, di conoscersi, può infine stare bene con gli altri.

Ovviamente i social network hanno anche un utile utilizzo: moltissime persone entrano in contatto con le notizie tramite i passa parola su queste piattaforme, molto più che tramite giornali e telegiornali. Essi semplificano i rapporti a distanza, permettondoci di sentire sempre i nostri cari senza ricorrere necessariamente al telefono. Dunque non voglio affatto demonizzarne l’utlizzo, ma solo cercare di inquadrarlo per quello che ormai è nella mentalità di un gran numero di persone.

Con questo intendo dire che per molti giovani la situazione sembra sfuggita di mano e spesso mi ritrovo a pensare che cosa ne fosse di noi prima dell’avvento di queste nuove forme di interazione sociale: come sfogavamo i nostri dolori? E come esternavamo le nostre gioie? Ogni tanto, scorrendo la mia home page di facebook mi sembra di leggere dei diari segreti: le delusioni d’amore, i brutti voti, il traffico, l’ipod rotto, la serata andata male. È tutto lì: alla portata di tutti.                                                                                                                                           

E per quanto Facebook, Twitter o Instagram, che ha ormai fatto riscoprire il fotografo profondo munito di i-phone che è dentro ciascuno di noi, siano nati con lo scopo di metterci in contatto, siamo ormai lontani gli uni dagli altri come non mai: siamo spesso solo contatti della lista di qualcuno, nomi virtuali con vite pubbliche. Ma cosa ci resta allora di privato? Siamo tutti così protesi all’esterno, così disperatamente alla ricerca dell’approvazione altrui, che mi domando se questo comportamento non celi un totale vuoto interno che cerchiamo invano di colmare.

Sembra quasi che abbiamo tutti perso di realtà, come se ci fossimo appiattiti. Siamo sempre insieme, sempre in contatto, eppure, a me pare che mai come in questo periodo storico, gli individui siano stati così soli.

Ci incontriamo con gli amici per un caffè ma non c’è nessuno. Uno fotografa il cibo, l’altro scrive in chat, uno pubblica un selfie, l’altro  modifica la foto della tazzina su instagram. Come siamo diventati questo? Condividere la mia vita su un profilo toglie qualcosa alla mia vita reale. E la vita reale, vissuta senza che tutti lo sappiano, vale decisamente di più. E allora perché non ci interessa più viverla?

È come se la nostre vite reali fosser come lo foto che scattiamo con i nostri I-phone e avessero bisogno di un filtro di Instragam, per essere migliori. Eppure siamo noi a dare luce e colore alle nostre esperienze, dovremmo ricordarcene più spesso.

 

La storia racconta nel film “Her” di Spike Jonze di recente sui grandi schermi, non sembra poi così assurda come lo sarebbe parsa cinquanta anni fa: anche se la voce è quella calda e seducente di Scarlett Johnsonn, innamorarsi di un sistema operativo è così paradossale e tristemente romantico che potrebbe benissimo accadere in quello stesso futuro prospettato dal regista. E anche questa non è che la storia di un uomo solo e spaventato dalla vita che preferisce rifugiarsi in una relazione fittizia, piuttosto che mettersi totalmente in gioco con il mondo.

Con questo articolo voglio ricordare a tutti, a me stessa per prima, che non abbiamo bisogno di followers se quando ci voltiamo, nella nostra vita non c’è poi nessuno: ci meritiamo di amici reali.

 

 

 

Alessia Agostinelli

Alessia Agostinelli

Author: Alessia Agostinelli

Laureata in filosofia e amante del cinema e della letteratura, sempre in giro per il mondo all'inseguimento dell'unico, grande sogno: la scrittura. Letteratura dell'800, film degli anni '90 e Filosofia di ogni tempo sono da sempre i miei compagni più fedeli.

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