Forte Bravetta: la memoria che resiste

 

Forte Bravetta: la memoria che resiste

Forte Bravetta

Ingresso di Forte Bravetta

Forte Bravetta è sicuramente un luogo dove la memoria prende forma fisica, dove la storia lasciando la propria impronta inconfondibile modella il paesaggio. Costruito all’interno della riserva naturale della Valle dei Casali, è un esempio di architettura militare tardo ottocentesca: venne edificato, infatti, per volere dei Savoia, come strumento di difesa contro un possibile attacco dei francesi, tra 1877 e 1883 grazie alla particolare posizione strategica.

Avrebbe dovuto rappresentare un baluardo per Roma ma, come accade più volte nella storia per ironia tragica del destino, divenne teatro degli orrori del fascismo: a partire dal 1932, anno in cui il regime avviò le fucilazioni sommarie dei ribelli, Forte Bravetta venne utilizzato come luogo di esecuzione di tutti coloro che si opponevano o venivano sospettati di tradimento. Per undici lunghi anni gli alberi del parco che circonda la struttura furono gli unici depositari e testimoni di quanto accadeva oltre quelle mura, lontano dagli occhi, nascosto dietro l’idillio apparente del silenzio naturale.

Una storia che oggi viene raccontata attraverso le pagine del volume Forte Bravetta La fabbrica di morte del regime nazifascista dal 1932 al 1945” di Augusto Pompeo, che ristabilisce la memoria di quegli anni, caduti a lungo nell’oblio. Anche al cinema è stato in parte delegato il compito di dare voce a questo passato, attraverso la vicenda singolare di Don Giuseppe Morosini, ucciso il 3 aprile del 1944 e raccontata, seppur in forma romanzata, in Roma città aperta di Rossellini.

Collina delle esecuzioni di Forte Bravetta

Collina delle esecuzioni di Forte Bravetta

La caduta del regime, però, non segnò la fine di questa tragica pagina di storia italiana. Dopo l’armistizio dell’8 settembre e la conseguente occupazione da parte dei tedeschi, Forte Bravetta mantenne la sua funzione di luogo di morte, divenendo l’ultima tappa di un cammino che da Regina Coeli e via Tasso conduceva direttamente sul terrapieno: 68 partigiani persero la vita qui, senza mai essere sottoposti ad un legittimo processo, colpiti alle spalle da raffiche di fucile che li falciavano dieci alla volta. Dopo la Liberazione, anche il Tribunale di Liberazione Nazionale eseguì a Bravetta varie condanne a morte, tra cui quella del questore Caruso.

Oggi Forte Bravetta è luogo della memoria che resiste, una struttura dal nome sbiadito che lascia però un segno indelebile sul territorio e apre numerose questioni.

Forte Bravetta

Grazie alla battaglia del Comitato Forte Bravetta e del Municipio XII (ex XVI) il parco, dopo anni di chiusura e abbandono, è aperto dal 2011 e accoglie tutto il quartiere. Il monumento purtroppo può essere visitato solo su prenotazione e durante orari per lo più feriali.

“Occorre un piano integrato che investa i fondi comunitari”, dichiarano Elio Tomassetti e Martina Carbone, candidati al Municipio Roma XII, “Forte Bravetta deve diventare un simbolo della Resistenza romana e nazionale, con l’apertura di un museo e di luoghi di studio. Dove prima c’era la morte, ora ci deve essere la vita: biblioteca, sala conferenza, foresteria… Ma solo un progetto che coinvolga enti superiori al Comune può raggiungere l’obiettivo, tenendo conto del fatto che l’area del Forte è inserita nella splendida Valle dei Casali, a due passi da Villa York e dal Buon Pastore. Riqualificare tutta questa fascia potrebbe far cambiare definitivamente volto a questa zona di Roma.”

 

Sara Fabrizi

Sara Fabrizi

Author: Sara Fabrizi

Classe '92, laureata in Filologia Moderna all'Università di Roma "La Sapienza", redattrice per NéaPolis e Tutored. Gestisco due blog "Parole in viaggio" dedicato all'arte e ai luoghi d'Italia e "Storie dal cassetto", raccolta di racconti brevi soprattutto a carattere psicologico. Un mio racconto "Il battesimo del fuoco" è stato selezionato e pubblicato nell'antologia "I racconti di Cultora. Centro-sud" seconda edizione per Historica edizioni nel 2015. Sono membro fondatore dell'associazione "La parola che non muore" e responsabile dell'ufficio stampa per il Festival omonimo a Civita di Bagnoregio, inaugurato nel 2015.

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