Ghetto di Roma: una segregazione lunga 300 anni

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Ghetto di Roma: storia di una segregazione lunga 300 anni

Ogni quartiere, a Roma, sembra avere una sua atmosfera caratteristica, un’impronta riconoscibile nell’architettura e nei visi di chi lo abita. Ci sono poi luoghi che conservano del loro passato una carica particolare, i cui palazzi sembrano impregnati della storia che hanno attraversato. Uno di questi è sicuramente il Ghetto di Roma, la sede di una comunità millenaria, trasformatosi da casa in luogo di segregazione.

Portico d'Ottavia al Ghetto di Roma

La storia del Ghetto di Roma comincia con una bolla papale, emanata da Paolo IV nel 1555, la Cum nimis absurdum (“Poiché è oltremodo assurdo”), nella quale si stabilivano una serie di forti restrizioni alle libertà degli ebrei: non potevano possedere beni immobili né esercitare alcun commercio che non fosse quello degli stracci, non potevano aggirarsi per la città di notte né avere servitù cristiana, dovevano portare un segno distintivo di colore glauco (un cappello per gli uomini e un fazzoletto per le donne) per essere sempre riconoscibili come ebrei, vivere in zone appositamente predisposte, con una porta che si serrava al cadere del sole.

Nasceva così il Ghetto, noto all’epoca come “serraglio degli ebrei”, nell’area in cui costoro erano maggiormente concentrati, quella piazza Giudia in cui essi avevano maggiormente vissuto fin dalla Roma dei Cesari. Si trattava non del primo ghetto, come alcuni credono: quello di Venezia nacque quasi 40 anni prima (1516), guadagnandosi questo triste primato e determinando, forse, il nome di tutti gli altri. Secondo l’ipotesi etimologica più avvalorata, infatti, il termine ghetto deriverebbe da gheto, parola del dialetto veneto per indicare la fonderia, una struttura caratteristica della contrada in cui sorse il primo di questi luoghi di segregazione (per brevità rimandiamo a la Treccani).

Come se non bastasse rinchiudere gli ebrei entro una sorta di recinto di contenimento, quasi che potessero contagiare i cristiani al solo contatto, nel 1572 papa Gregorio XIII istituì le prediche forzate: ogni sabato gli ebrei erano costretti ad ascoltare una predica, volta a reinterpretare in senso cristiano la porzione di testo sacro letta il mattino stesso in Sinagoga. Spesso era un ebreo battezzato a prestarsi a questa pratica. Si trattava di una vera e propria umiliazione pubblica, che avveniva sotto gli occhi dei cristiani che osservavano dalle tribune, entro scenari diversi: Sant’Angelo in Pescheria, San Gregorio al Ponte Quattro Capi e il Tempietto del Carmelo. Gli ebrei che vi venivano sottoposti cercavano in ogni modo di opporsi, tappandosi le orecchie con la cera o parlottando tra di loro nonostante la sorveglianza.

Le condizioni di vita nel Ghetto di Roma era al limite dell’umano: una popolazione tanto numerosa in una zona così piccola non poteva che portare problemi di tipo igienico-sanitario, anche considerando la vicinanza al Tevere, spesso causa di inondazioni che potevano arrivare fino al terzo piano degli edifici. Quando venne istituito il ghetto, la popolazione ebraica di Roma ammontava a circa 3000 unità, ma il numero crebbe esponenzialmente a causa dell’emigrazione: a fine ‘500 oltre 4000 ebrei risiedevano entro un perimetro che rimaneva invariato da un secolo. E poiché il ghetto non poteva estendersi al di fuori dei propri confini, cominciò a crescere in altezza, tanto che gli edifici arrivarono a 7/8 piani, primi – poveri e fatiscenti – grattacieli della città.

Ghetto di Roma

Gli ebrei rappresentavano un vero e proprio capro espiatorio a Roma, vittime sempre disponibili per le pratiche più crudeli. Basti pensare che durante i ludi carnascialeschi essi venivano costretti a partecipare come cavalcature – al posto dei cavalli – dei contendenti nelle gare di Agone e Testaccio; vi era, inoltre, l’uso di far rotolare un ebreo anziano entro una botte chiodata dal colle di Testaccio e durante la cosiddetta “corsa dei barberi, dei bufali, dei somari e degli ebrei”, alla quale il papa assisteva da Palazzo Venezia, essi dovessero correre nudi, tra i fischi e i lazzi del popolino. Altra pratica quasi istituzionale era il calcio al rabbino: quando questi si presentava al papa, appena eletto al soglio pontificio, per portare in omaggio i rotoli delle leggi a nome della propria comunità lo aspettava un calcio.

Le cose cominciarono a cambiare soltanto nel ‘700 con la Rivoluzione Francese che consentì, per la prima volta, l’apertura delle porte del Ghetto di Roma. Si trattò di una breve parentesi, conclusasi alla caduta di Napoleone con il ripristino dei vecchi divieti e un ampliamento dell’area.
La fine della segregazione avvenne soltanto nel 1870, dopo che già nel 1848 Pio IX aveva ordinato l’abolizione del Ghetto. Con la Breccia di Porta Pia sorgeva il sole della libertà sugli ebrei romani, accettati finalmente come cittadini.

Forti furono le modificazioni subite dal quartiere, motivate dalla necessità di renderlo molto più salubre: la costruzione dei muraglioni portò alla distruzione della quinta di case che sorgeva proprio sul Tevere e che portava i segni delle varie inondazioni (l’ultima proprio nel 1870), mentre nel 1885 si decise per una demolizione quasi totale degli edifici. Dell’antico Ghetto di Roma rimasero come testimonianza via della Reginella e via di S. Ambrogio mentre vicoli, strade, esercizi commerciali venivano spazzati via dal rinnovamento edilizio.

La persecuzione si spense soltanto per preludere ad un nuovo dramma, durante l’occupazione tedesca di Roma: nel 1943 la comunità ebraica di Roma venne sottoposta ad una taglia di 50 kg d’oro dal comandante delle SS Kappler. Nonostante l’ultimatum concedesse loro soltanto 36 ore per raccogliere l’oro, sotto la minaccia della deportazione, si riuscì nell’intento. Molti si presentarono alla sinagoga portando i loro poveri averi, tanti romani non ebrei e persino qualche sacerdote: un’intera comunità si muoveva per manifestare con una protesta muta il proprio dissenso. Poi il 16 ottobre, nonostante il pagamento del ricatto, un rastrellamento notturno portò via oltre 1000 ebrei, deportati ad Auschwitz. Ne ritorneranno soltanto 16. Nessuno dei bambini.
Di questa vicenda resta segno tangibile a piazza 16 ottobre 1943, ribattezzata in memoria dell’evento, in una targa posta per il ventennale della Resistenza.

Largo 16 ottobre 1943, Ghetto di Roma

Il resto della storia ce lo racconta Claudio Procaccia, direttore del Dipartimento Cultura della Comunità Ebraica di RomaNel ’65 il miracolo economico e negli anni ‘70 l’arrivo degli ebrei sefarditi che cambia ulteriormente il profilo della comunità. Dal ’67 ad oggi abbiamo numerosi passaggi significativi, alcuni drammatici come l’attentato del 1982 ma anche passaggi  culturali ed epocali come i tre papi che sono entrati in Sinagoga (Giovanni Paolo II, Benedetto XVI e Francesco I)” Altro aspetto interessante riguarda i giovani “ Dagli anni ’70 in poi possiamo dire che avviene da parte delle nuove generazioni una riappropriazione della propria identità religiosa che nel corso del ‘900 si era ridotto, mentre negli ultimi anni assistiamo ad una crescita del sapere critico e dell’osservanza in una parte significativa della popolazione. C’è un aumento esponenziale di ristoranti Kosher, di Sinagoge…”

Oggi del Ghetto cosa rimane nella memoria del romano? Poco probabilmente di quelle che furono le limitazioni e le crudeltà subite dagli ebrei, molto invece per quel che riguarda la cultura, in particolare la cucina: i carciofi alla giudia, carciofi del tipo romanesco fritti nell’olio; il brodo di pesce, realizzato all’epoca con gli scarti che venivano abbandonati presso S. Angelo in Peschiera; gli aliciotti con l’indivia, un semplice piatto cotto al forno; la pizza ebraica. Tutte ricette che si possono gustare ancora oggi in alcuni dei locali tipici del Ghetto e che sono solo uno dei risultati positivi dell’incontro tra Roma e gli ebrei.

Sara Fabrizi

Sara Fabrizi

Author: Sara Fabrizi

Classe '92, laureata in Filologia Moderna all'Università di Roma "La Sapienza", redattrice per NéaPolis e Tutored. Gestisco due blog "Parole in viaggio" dedicato all'arte e ai luoghi d'Italia e "Storie dal cassetto", raccolta di racconti brevi soprattutto a carattere psicologico. Un mio racconto "Il battesimo del fuoco" è stato selezionato e pubblicato nell'antologia "I racconti di Cultora. Centro-sud" seconda edizione per Historica edizioni nel 2015. Sono membro fondatore dell'associazione "La parola che non muore" e responsabile dell'ufficio stampa per il Festival omonimo a Civita di Bagnoregio, inaugurato nel 2015.

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1 Comment

  1. Sempre ammaliata dai racconti di Sara! Bellissimo articolo, complimenti

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