Scene da un matrimonio: cinema e psicoterapia

Con la collaborazione e la supervisione scientifica del Centro di Psicologia e Psicoterapia “La Fenice”

Rubrica a cura di Sara Fabrizi

Scene da un matrimonio: cinema e psicoterapia

 

La scena si apre su un interno domestico, una coppia di sposi viene intervistata sulla propria vita coniugale: domande di rito, fotografie che dovrebbero cogliere la spontaneità dei gesti. Sono Marianne e Johan, sposati da 10 anni con due figlie, l’uno impiegato in un istituto psicotecnico, l’altra in uno studio di avvocati.

Sono stati prescelti per rappresentare l’immagine della perfezione in coppia, una famiglia felice; sono le loro stesse parole a descrivere questa condizione: “ci consideravamo addirittura una coppia ideale[…] tranquillità, ordine, armonia, lealtà…una felicità indecente se si può dire così”.

Un profluvio di parole una dopo l’altra, nel pieno stile “letterario” di Ingmar Bergman che in Scene da un matrimonio, realizzato nel 1973, fa una disamina attenta e sottilissima delle dinamiche di coppia in cui, forse, proietta anche parte della propria esperienza biografica, come in uno psicodramma in cui si metta in scena una porzione del proprio vissuto per esternare conflitti e tensioni: Liv Ullmann, la bella e timida Marianne, fu a lungo compagna di vita di Bergman, pur non essendo mai stata sua moglie.

scene da un matrimonio, Ingmar Bergman 1973

Scene da un matrimonio (1973)

Scene da un matrimonio parte da un quadro idillico, dunque, una situazione di equilibrio che pare priva di qualsiasi elemento di disturbo. Si tratta, tuttavia, di semplice apparenza: ci troviamo in una dimensione di negazione in cui i soggetti coinvolti celano a sé stessi e agli altri la realtà di quello che vivono. Ci sono due scene in particolare che sembrano preludere allo scatenamento della crisi, al venir meno improvviso di quest’aura di sicurezza e serenità artefatte: una cena con una coppia di amici, subito dopo l’intervista di apertura, e il colloquio di Marianne con un’anziana signora.

Durante la cena si commenta l’articolo dedicato a Marianne e Johan e questa rappresentazione tanto patinata della loro realtà di coppia fa emergere le tensioni tra i due amici, marito e moglie, aiutati a tirar fuori tutto il proprio astio reciproco anche dal vino, che fa da vero e proprio viatico allo sfogo. I protagonisti, dunque, cercano di riportare entro toni più calmi la conversazione, di anestetizzare il dolore che è appena esploso di fronte ai loro occhi che diventa, di fatto, uno specchio per guardarsi più attentamente. Come in una psicoterapia di gruppo l’incontro con l’altro diventa un modo per entrare in contatto con una parte di sé negata e nascosta, che rimane sotto la superficie e si cerca di soffocare in ogni modo; non è un caso, dunque, che Marianne proponga all’amica una consulenza presso il suo studio legale per le pratiche di divorzio. Si tratta, evidentemente, di un modo per riportare entro la norma e il rigore della legge qualcosa che sfugge completamente al controllo perché ha a che fare con la parte intima dell’individuo, con la sua sfera emotiva.

Liv Ullman, Marianne in Scene da un matrimonio

Liv Ullman, Marianne in Scene da un matrimonio

Il colloquio di Marianne con l’anziana signora è, forse, ancora più esemplificativo di come Scene da un matrimonio possa essere interpretato come un grande affresco (pensato originariamente in forma di sei episodi per la televisione per un totale di 300 minuti, la versione cinematografica ne dura 167) della vita di coppia e di tutti gli ostacoli e le problematiche che ci si trova ad affrontare quando si è in due.

Il dialogo con l’anziana è tutto incentrato sulla sua volontà di divorziare dal marito e lasciarsi alle spalle un’unione senza amore: è proprio questo dettaglio che viene ribadito a più riprese, riplasmato in parole che esprimono tutta la sofferenza e il senso di soffocamento di chi ha vissuto un’intera esistenza entro un legame convenzionale, privo di stimoli emotivi e che si è tenuto in piedi per lunghi, estenuanti anni soltanto per la presenza dei figli. La donna, infatti, dichiara di aver espresso al marito il proprio desiderio di lasciarlo ben 15 anni prima e di aver ricevuto come risposta la richiesta di aspettare, aspettare che i figli crescessero. Emerge così, indirettamente, il tema della responsabilità verso i figli, che hanno un forte peso nella coppia e divengono, incolpevolmente, una catena che tiene avvinti uomini e donne la cui relazione è ormai naufragata da tempo.

Le parole dell’anziana, che non ha più un lungo da tempo da vivere e non ha la speranza di rifarsi una vita con qualcun altro sono struggenti e condensano il senso di un limite raggiunto:

le cose più strane mi stanno capitando, i miei sensi, il senso dell’udito, della vista, del tatto cominciano a tradirmi […]. Lo stesso vale per tutto il resto: la musica, gli odori, i volti e le voci della gente, tutto mi appare più povero, più grigio, senza nessun valore.

E il primo piano sul volto di Marianne che dice semplicemente “sì, ho capito” è più eloquente di qualsiasi lungo discorso.

Bergman non ha la risposta al problema e non si propone con il proprio film di porre una teoria delle relazioni di coppia o familiari: egli si limita, piuttosto, ad analizzare e riportare con grande lucidità quello che accade entro la dimensione a due, tutti quei conflitti che trasformano l’amore in una trappola d’odio e insofferenza.

Johan e Marianne a confronto, Scene da un matrimonio

Johan e Marianne a confronto, Scene da un matrimonio

Messi a confronto con queste realtà parallele, i personaggi cominciano ad entrare in contatto con quella parte di sé che hanno obliterato, si arricchiscono di dubbi, lasciano emergere tutto quello che hanno taciuto per compromesso e quieto vivere come i loro problemi sessuali, la mancanza di attrazione reciproca che si converte in vero e proprio disgusto per la fisicità dell’altro e la crisi esplode: Johan torna a casa dicendo di essersi innamorato di una studentessa molto più giovane.

Seguono la sofferenza, le difficoltà, i tentativi di riavvicinarsi ma soltanto alla fine, dopo essersi fatti di tutto, dal tradirsi al picchiarsi selvaggiamente, la crisi per quanto dolorosa si presenta per quello che è realmente: un’occasione per ripartire.

Johan e Marianne si ritrovano quando ormai si erano perduti, lasciati e risposati con altri: si ritrovano fuori dai confini convenzionali del matrimonio, come una coppia clandestina che fa l’amore di nascosto nello chalet messo a disposizione da comuni amici, una coppia che ha attraversato tutte le fasi della relazione ed è giunta finalmente al punto finale del percorso, matura e solida perché i due sono stati in grado di lasciar saltare le regole imposte. Come fa capire Yalom ne “Le lacrime di Nietzsche” solo quando siamo disposti a disancorarci da abitudini e certezze possiamo incontrare l’altro in tutta la sua problematicità e autenticità, in tutto il suo mistero. Ma sono le parole dello stesso Johan a rappresentare una chiave di lettura fondamentale per il film che si presenta anche come un’educazione sentimentale, un percorso per imparare che l’amore è accettare sé e l’altro come imperfetti, dalla negazione alla piena consapevolezza:


Ti dirò una cosa ancora più ovvia: noi non siamo che degli analfabeti dal punto di vista sentimentale. Ci hanno insegnato tutto sull’anatomia, sull’agricoltura in Africa, che la somma dei quadrati costruiti sui cateti è uguale al quadrato costruito sull’ipotenusa ecc. ecc. Ma non ci hanno insegnato una sola parola sulla nostra anima. L’ignoranza su noi stessi e gli altri è tragicamente totale.”

Sara Fabrizi

Sara Fabrizi

Author: Sara Fabrizi

Classe '92, laureata in Filologia Moderna all'Università di Roma "La Sapienza", redattrice per NéaPolis e Tutored. Gestisco due blog "Parole in viaggio" dedicato all'arte e ai luoghi d'Italia e "Storie dal cassetto", raccolta di racconti brevi soprattutto a carattere psicologico. Un mio racconto "Il battesimo del fuoco" è stato selezionato e pubblicato nell'antologia "I racconti di Cultora. Centro-sud" seconda edizione per Historica edizioni nel 2015. Sono membro fondatore dell'associazione "La parola che non muore" e responsabile dell'ufficio stampa per il Festival omonimo a Civita di Bagnoregio, inaugurato nel 2015.

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