Una dolce vita? – Alle origini del design moderno

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Quando si dice Liberty quel che viene in mente nell’immediato è Vienna o forse le delicate donne delle locandine di Alphonse Mucha: comunque questo nome così anglosassone sembra portarci fuori strada, facendoci dimenticare una stagione dell’arte italiana che ancora oggi si ripercuote nell’immaginario mondiale. Lo stile italiano, il MADE IN ITALY di cui tanto andiamo fieri e che, purtroppo, è così poco tutelato, viene proprio da lì, da quell’epoca di rottura con il passato e di ricerca di un linguaggio nuovo che esprimesse le aspettative di un popolo che aveva appena trovato l’unità nazionale.

Una dolce vita? - Alle origini del design moderno

La mostra Una dolce vita? a Palazzo delle Esposizioni ci propone un titolo interrogativo – strizzando l’occhio al film di Fellini – un dubbio che si apre considerando attentamente il periodo storico di cui andiamo ad ammirare le creazioni, quello del primo Novecento: è possibile immaginare un’ideale di vita in cui predomina fortemente il gusto estetico e la raffinatezza mentre sullo sfondo si consumano le tragedie del Novecento?

Si parla spesso in letteratura dell’uomo novecentesco inteso come colui che vive la dissoluzione delle certezze, la caduta nel relativo, la perdita di ogni punto di riferimento, la scoperta dell’inconscio; il Novecento è quello che lo storico Eric Hobsbawm chiamò “il secolo breve” per la densità di avvenimenti catastrofici che si susseguirono con il fallimento di nazionalismo, comunismo e capitalismo e, di conseguenza, la perdita totale di fiducia nel progresso.
Il Liberty nasce, sulla spinta degli esempi europei, proprio negli anni che precedettero la Prima guerra mondiale e l’instaurazione del Regime fascista in Italia e celebra un ritrovato spirito creativo o forse un’illusione di benessere subito disillusa.
L’ottimismo paradossale di quegli anni si comunica come per osmosi agli artisti che si fanno interpreti delle luci e delle ombre della realtà vissuta o immaginata.

Una dolce vita? - Alle origini del design moderno

Ci troviamo così di fronte alle raffinate opere di veri artigiani-artisti come i mobili in legno di Carlo Bugatti con le loro linee essenziali o i vetri di Murano splendidamente lavorati da Vittorio Zecchin in pezzi unici, espressione di quello che diverrà presto il gusto della borghesia in affermazione. Sul fronte opposto, in una logica di reazione, si collocano i Futuristi con la loro attitudine protestataria e contestatrice di tutto ciò che può definirsi istituzione, dalla grammatica all’accademia. Il Futurismo, però, si estenderà alle arti decorative soltanto nel dopoguerra, contribuendo potentemente a ridefinirne i canoni artistici.

Una dolce vita? - Alle origini del design moderno

La mostra procede in ordine cronologico presentando sinteticamente i vari movimenti che si susseguono, si intersecano, si rispondono in una continua e produttiva dialettica, instaurando spesso un controcanto e un rapporto inscindibile con il tessuto sociale e gli organismi di potere.
Passeggiare tra opere di arte figurativa e di arte plastica, precursori del design moderno è come vivere un deja vu lungo quarant’anni: la vicinanza cronologica alla nostra epoca ci fa toccare con mano quelle affinità segrete che si scoprono nelle opere dell’ingegno umano, ci permette di riallacciare i fili con un passato prossimo inghiottito dal vortice degli eventi. Non si può che consigliare questa passeggiata nel Novecento italiano, un confronto che lascia il segno e può stimolare molto la curiosità; come sempre il Palazzo delle Esposizioni non delude e centra perfettamente l’obiettivo con un allestimento accuratamente pensato.

 

 

Sara Fabrizi

Sara Fabrizi

Author: Sara Fabrizi

Classe '92, laureata in Filologia Moderna all'Università di Roma "La Sapienza", redattrice per NéaPolis e Tutored. Gestisco due blog "Parole in viaggio" dedicato all'arte e ai luoghi d'Italia e "Storie dal cassetto", raccolta di racconti brevi soprattutto a carattere psicologico. Un mio racconto "Il battesimo del fuoco" è stato selezionato e pubblicato nell'antologia "I racconti di Cultora. Centro-sud" seconda edizione per Historica edizioni nel 2015. Sono membro fondatore dell'associazione "La parola che non muore" e responsabile dell'ufficio stampa per il Festival omonimo a Civita di Bagnoregio, inaugurato nel 2015.

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