Alabama Monroe: soltanto una storia d’amore?

Alabama Monroe: soltanto una storia d’amore?

Siamo alla presenza di uno dei film stranieri cui “La Grande Bellezza” di Sorrentino ha strappato la prestigiosa statuetta durante gli utlimi Golden Globes: ma il Belgio avrebbe meritato la vittoria?

Il quarto lavoro di Felix Van Groeningen, non molto noto in Italia ma già giudicato uno dei dieci registi da tenere d’occhio dall’autorevole “Variety”, non è facilmente ascrivibile sotto le categorie di “capolavoro” o “niente di eccezionale”. I prodromi del capolavoro ci sono: la musica, la recitazione dei protagonisti, la fotografia, le tematiche affrontate. Eppure diversi errori concettuali e di sceneggiatura lo trattengono dalla consacrazione. Ma andiamo con ordine.

Come spesso in Italia, il titolo originale è stato anche qui deformato facendo perdere il punto essenziale della storia: “The Broken Circle Breakdown” infatti non vuole soffermare tanto l’attenzione sull’aspetto meramente romantico della relazione tra Didier ed Elise, ma affrontare qualcosa che per una volta va al di là della semplice storia d’amore: ci sono qui infatti i temi della morte e dell’elaborazione del lutto che comporteranno la metamorfosi della coppia e porteranno alla luce la profonda dicotomia tra due anime che inizialmente, pur nella differenza, sembravano complementari. E ci sono anche sogni illusi e speranze morte, simboleggiati dal mito dell’America, di questa terra di promesse, che il protagonista ha reso la sua musa.

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E c’è poi una musica meravigliosa, il bluegrass, spirito vero del country americano, che incornicia e riempie le vite di Didier ed Elise: due personaggi maturi, oserei dire finalmente, a fronte di una cinematografia che pullula di teenagers e quarantenni sentimentalmente infantili. Elise e Didier non hanno dubbi sul loro amore, non si lasciano tangere dalle situazioni esterne, ma saranno distrutti da un dolore straziante che appartiene all’intimo mondo da loro creato. La prova cui la vita li sottoporrà sarà indelebile, quanto i tatuaggi di Elise.

Come in “Blue Valentine” di Derek Cianfrance, anch’esso storia di due innamorati agli antipodi, anche Van Groeningen sceglie di raccontare la vicenda senza rispettare la temporalità dei fatti: abbiamo così momenti di angoscia e dolore alternati alle memorie di un passato fatto di sogni e felicità, che rendono il presente dei protagonisti ancora più amaro. Questa scelta registica si rivela salvifica nella sua altalena di tempi che concede uno scorcio ancora più profondo nella vicenda narrata. Gli “spiriti ribelli”, Deiden ed Elise, trovano nella prima parte del film l’equilibrio nella differenza, ma lo strazio per la morte della figlia li separerà.

Mentre ad esempio i protagonisti di “Blue Valentine” si trovano a formare una famiglia perché la gravidanza improvvisa accelera i tempi della relazione e forza i sentimenti di lei, soffocandone i sogni fino alla rottura definitiva, qui la nascita della famiglia segna invece l’apice e la consacrazione della felicità coniugale ed è per una morte e non per una nascita, che il sogno, di entrambi, svanisce. L’odissea di dolore che i due vivono è così la protagonista della seconda parte (idealmente, perché appunto non segnata da consequenzialità) e avrebbe potuto, a ragion veduta, rappresentare l’originalità della storia, dal momento che di per sé i due si amano intensamente quanto tanti altri personaggi già incontrati.

Ed ora il grande tema: le reazioni contrastanti al lutto; il contrasto profondo tra Fede e Ragione.

Elise reagisce in maniera eccessiva, fino al limite della vita, rintanandosi in un mondo di credenze e promesse di reincarnazione che stridono fortemente col giudizio razionale di lui, che con la forza vitale e quasi primordiale che lo distingue, si definisce orgogliosamente una “scimmia”. Didier cerca infatti di superare il dolore della perdita spinto dalla rabbia per la mancanza di attenzione alla cura delle cellule staminali e prendendosela con quella stessa America che aveva sempre amato, tacciandola di  “fondamentalismo”. Egli reagisce razionalmente perché a suo avviso Maybell è morta e non tornerà sotto forma di falco o farfalla, e si cura della causa della morte della bambina, reagendo con rabbia alla constatazione della sua impotenza come essere umano. Elise invece pensa all’effetto della perdita, straziando se stessa e il marito, disperandosi e trovando nella religione, nella speranza di rivedere Maybelle, il suo personale modo di andare avanti. Eppure sarà proprio lei a cadere sotto la morza straziante della perdita.

Il regista ingaggia una lotta importante, tuttavia non la supporta propriamente: c’è un’eccessiva ambizione nel voler coprire troppi, e troppo grandi temi, mostrandoli sì, ma senza approfondirli come giusto. È chiaro ad esempio che in Deiden ci sia una forte capacità critica e razionale, che si manifesta a getti, con scatti di violenza improvvisa, tanto fisica quanto verbale, ma senza gli opportuni fondamenti teorici. Il personaggio butta lì dei concetti e delle idee che lasciano un po’ interdetti, in attesa di qualcosa di più elaborato. Anche il tema della malattia non trova approfondimenti originali: la bambina è, come spesso avviene nei film, oggettivata come qualcosa che viene visto morire dai grandi. Mentre inizialmente viene dato un certo spessore anche alla piccola Maybelle infatti, quando muore non abbiamo che la reazione dei genitori, e non i suoi ultimi istanti di vita: finisce insomma quasi come l’uccello morto trovato in giardino (scena epifanica, in cui la bambina entra a contatto con la morte per la prima volta ed emblematica è la reazione del padre).

Benché il film sia belga, la vicenda è segnata eccessivamente da scene alla Hollywood superficiale: immagini belle, intense, forti; ma nulla di nuovo, nulla che vada oltre, che riveli la parte più analitica e attenta del cinema europeo. L’intento di Van Groeningen era mostrare la commistione possibile tra cinema europeo e americano, eppure questo film si sarebbe sostenuto meglio senza le influenze d’oltreoceano.

In definitiva è un film che avrebbe potuto fare scintille ma che finisce a volte con lo stonare, anche a causa della svolta eccessivamente drammatica della storia. La sua vera forza resta ancora la musica che unisce e accompagna Weiden ed Elise e salva in svariate occasioni la sceneggiatura. La splendida “If I needed you” è la chiave di lettura finale che in qualche modo scioglie la vicenda e segna il loro destino. Encomiabili anche i due attori, Veerle Baeens e Johan Heidenbergh, che esprimono con struggente passione la girandola di sentimenti dei protagonisti.                                                                                   

Il bluegrass indimenticabile, la già accennata alternanza continua tra passato e presente, ma anche l’ammirabile sfida concettuale ingaggiata dal regista, rendono comunque “Broken Circle Breakdown” un film da vedere, quantomeno per crearsi un giudizio proprio su uno dei registi più promettenti del mondo.

 

 

 

Alessia Agostinelli

Alessia Agostinelli

Alessia Agostinelli

Laureata in filosofia e amante del cinema e della letteratura, sempre in giro per il mondo all'inseguimento dell'unico, grande sogno: la scrittura. Letteratura dell'800, film degli anni '90 e Filosofia di ogni tempo sono da sempre i miei compagni più fedeli.