Analisi di un celebre dipinto: “La morte di Marat”

Analisi di un celebre dipinto: “La morte di Marat”

Un celebre quanto efferato delitto neoclassico: “La morte di Marat”

Il 13 luglio 1793 a Parigi fu perpetrato un atroce delitto: l’assassinio di Jean-Paul Marat. Politico, medico, giornalista – fondatore del giornale L’ami du peuple – e uno dei protagonisti della Rivoluzione Francese, deputato della Convenzione nazionale e presidente del Club dei Giacobini, fu pugnalato a morte dalla girondina normanna Charlotte Corday, che lo riteneva un traditore degli ideali della Rivoluzione. L’amico di Marat, il pittore Jacques-Louis David, profondamente toccato da questo crimine, accettando l’incarico della Convenzione, realizzò in soli tre mesi una delle opere più famose del neoclassicismo francese, volta a rappresentare Marat come un martire moderno. La morte di Marat è un dipinto a olio su tela di 165×128 cm, conservato nei Musei Reali delle Belle Arti del Belgio, a Bruxelles.

Marat

Sviluppato in verticale, presenta nella parte superiore uno sfondo monocromo, così vuoto e scuro, illuminato nella parte destra da toni gialli. Le scelte di composizione e luce, di chiara matrice caravaggesca, sono volte a mettere in risalto i particolari luminosi in primo piano e portare l’attenzione sul corpo di Marat, ormai esanime ed immerso nella vasca dove passava molto tempo per lenire i dolori di una malattia della pelle.

Ne La morte di Marat, David non raffigura il momento dell’omicidio, tantomeno il luogo del delitto in maniera realistica, rendendo la stanza cupa, sobria e spoglia di qualsiasi elemento non utile all’idealizzazione della scena. Sul costato la ferita sanguinante, la testa reclinata, il braccio sinistro appoggiato allo scrittoio e in mano la supplica di Charlotte Corday, usata come espediente per farsi ricevere. Su un semplice mobiletto di legno, che mostra la dedica del pittore, sono posati una penna, un calamaio, un assegno e una lettera di risposta alla Corday. L’assassina non viene ritratta, di lei rimane l’arma del delitto, per terra, nella penombra, sotto il braccio destro inerme.

È lo stesso “braccio della morte” del Cristo nelle Deposizioni pittoriche di Raffaello e di Caravaggio e della Pietà di Michelangelo. L’intenzione è evidente: creare la sacralizzazione di Marat, il reazionario letterato la cui unica arma era la penna che tiene ancora salda, nella mano destra.

Infine, appare d’obbligo contestualizzare l’autore dell’opera: Jacques-Louis David nacque a Parigi nel 1748.
David fu allievo di Joseph-Marie Vien, considerato uno dei precursori del Neoclassicismo. Giudicato troppo teatrale nelle sue composizioni, David si scontrò più volte con l’Accademia. Nel 1774 ebbe la possibilità soggiornare in Italia, dove scoprì l’arte dei maestri del passato. L’occasione lo aiutò ad allontanarsi dallo stile rococò, preferendo il ritorno al classico riprodotto con realismo, con uno studio preciso della composizione e una tecnica pittorica decisa.

David ebbe un ruolo attivo politico nella Rivoluzione nelle file dei giacobini. Divenne sostenitore di Napoleone Bonaparte e suo «primo pittore». Realizzò diversi suoi ritratti diventati iconici, come quello a cavallo e la sua imponente Incoronazione, che contiene più di 200 personaggi. Dopo la disfatta di Waterloo, David si rifugiò prima in Svizzera poi a Bruxelles dove morì nel 1825.

 

Articolo di Michele Mattei.

Fonte immagine: Pixabay

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Redazione Nèa Polis

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