The Imitation Game: quando l’uomo finge di essere ciò che non è

The Imitation Game: quando l’uomo finge di essere ciò che non è

Articolo dell’11 Febbraio 2015

 

È stato un inizio d’anno decisamente biografico per il cinema internazionale: ricordare figure del passato e del presente che hanno inciso sulla storia collettiva, o che da essa si sono fatte cambiare, è un tema apparentemente caro ai registi d’oltralpe. Ecco allora il cecchino di American Sniper, il genio malato di Stephen Hawking ne La teoria del tutto (http://www.neapolisroma.it/wordpress/la-teoria-del-tutto-o-i-sentimenti-dietro-la-scienza/) e il mistero dimenticato di Alan Turing in The Imitation Game.  Se nel 2014 le speranze dell’umanità per l’umanità stessa venivano riposte nell’uomo del futuro-Matthew McCounaghey, quest’anno si guarda agli uomini del passato per trovare la chiave di comprensione del presente.

Dopo la recensione dell’ultimo, opinabile, lavoro dell’americanissimo Clint Eastwood, ecco allora quella sull’opera del norvegese Morten Tyldum che consegna agli Oscar un altro pluricandidato (otto per la precisione), non pago di aver già portato a casa il Director of the Year Award per uno “10 migliori film del 2014” secondo l’American Film Institute e 140 milioni di dollari al botteghino.

Tyldum racconta la vera storia del matematico britannico che decrittò il codice nazista Enigma durante il suo ingaggio nella Seconda Guerra Mondiale in una missione segreta del governo inglese composta da un piccolo ed eccezionale gruppo di linguisti e criptografi. Il titolo fa riferimento ad un libro mai scritto da Turing, in cui si sarebbero teorizzate affinità e differenze tra il pensiero umano e quello della macchina, ma può anche riferirsi a quell’unico gioco che vide Turing sconfitto: il camuffamento sociale che avrebbe potuto salvargli la vita.

Il film inizia nell’inverno del 1952, quando le autorità inglesi entrarono nella casa del matematico, logico e criptoanalista Alan Turing per indagare su una segnalazione di furto, ma finendo con l’accusarlo di “atti osceni” e successivamente condannarlo per il reato di omosessualità. La polizia ignorava che quel brillante matematico fosse non solo un eroe di guerra, ma al contempo il pioniere di quella che sarebbe un giorno stata l’informatica.

Matematico, logico e omosessuale, come se ciò andasse menzionato tra le sue qualifiche, Turing fu la chiave di volta per la soluzione di Enigma grazie alla progettazione di una macchina in grado di svelare le impostazioni naziste. Il primo mistero del film è infatti quello della macchina che consentiva ai tedeschi di comunicare indisturbati tramite codici cambiati ogni ventiquattrore: un mistero apparentemente irrisolvibile con possibilità nell’ordine di 159,000,000,000,000,000,000. E se ad un uomo era impossibile decifrare una macchina (o anche solo leggere per intero le possibilità che aveva di farlo), solamente un uomo come Turing avrebbe potuto intuire che ne fosse necessaria una seconda per sconfiggerla. Secondo gli storici la decrittazione, che fece pendere le sorti del conflitto a favore degli Alleati, accorciò la guerra di ameno due anni, contribuendo a salvare la vita di quattordici milioni di persone; Turing fu ringraziato dal governo inglese condannando la sua.

Nel 1952 egli veniva infatti incriminato per omosessualità e posto davanti ad un drammatico bivio: il carcere e o la castrazione chimica. Scelta la via degli estrogeni, nel 1954 Turing si suicidò con una mela avvelenata con del cianuro all’età di 41 anni.

 

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Dopo il tardivo mea culpa dell’Inghilterra del 2009 con le scuse di Gordon Brown e la grazia postuma concessa dalla regina nel 2013 anche a seguito della mozione di scienziati come Stephen Hawking (sempre nella prossima recensione), il film dona il suo contributo ad un genio unico e sfuggente. Tra ammirazione e compassione si asisste così al delinearsi di un uomo tanto intellettualmente dotato, quanto solo, diverso dagli altri e condannato per questo.

Per cogliere la sua straordinaria figura Tyldum articola tre momenti temporali che spezzano la tradizionale linearità del genere biopic: dal suo primo interrogatorio a Manchester nel 1952, vediamo il quindicenne Alan come schivo e emarginato studente della prestigiosa Sherborne School nel Dorset nel 1927 dove ebbe modo di conoscere quello che sarebbe stato il simbolo dell’amore nella sua vita, Christopher, tanto da dare il suo nome alla salvifica macchina del periodo bellico. In questo secondo tempo vediamo infatti il matematico prendere parte all’equipe di critto-analisti al Bletchley Park di Buckinghamshire, il principale centro di crittoanalisi del Regno Unito.

Tre momenti fondanti nella vita di Alan Turing uniti dal filo rosso di un destino unico ma infelice: l’enigmatico volto di Benedict Cumberbatch definisce con accuratezza i tratti del Turing estraneo agli altri, che si definisce e consuma a partire da un’incolmabile distanza dagli altri uomini, inizialmente rivendicata con lo sdegno orgoglioso tipico dei geni verso le persone comuni, poi dolorosamente camuffata per sopravvivere tra quelle stesse persone comuni e pericolosamente ottuse. Fingere di essere qualcosa di diverso da ciò che sentiva è stato un peso troppo grande per il matematico, ma non è solo del suo orientamento sessuale che parlo; già nella sua giovinezza egli veniva scansato e deriso perchè diverso, perchè “troppo” rispetto ai più: la maschera che Turing indossò fu allora il suo scudo per scusarsi di quel che era e combattere allo stesso tempo per affermarlo.

Il secondo mistero del film è dunque l’Alan Turing in grado di decifrare il linguaggio del più grande enigma della storia mondiale  e che pure era avulso da quello umano: il genio implica anche la solitudine? La massa è nemica dell’intelligenza? O erano solo i tempi a non essere pronti per lui? E se così fosse, lo sarebbero ora?

 

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Lo straordinario Benedict Cumberbatch riesce ad omaggiare ed impreziosire la figura del genio incompreso con la sua andatura goffa, lo sguardo impaurito e al contempo di beffa che riserva al prossimo, creando un personaggio indimenticabile come  ha già fatto nella serie tv Sherlock e nel film La Talpa e preparandosi ad un probabile e prossimo discorso da Oscar.

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All’ambita statuetta concorre anche Keira Knightley, candidata come migliore attrice non protagonista, nel ruolo della brillante, ma messa da parte, Joan Clark, che porta avanti una non-relazione amorosa con Turing, interrompendo con la sua pietrificante eleganza il fallocentrismo della storia, che non avrebbe fatto spazio ad una figura femminile se non attribuendole il ruolo di simbolo sociale. Nel cast menziono anche Matthew Goode (Match Point), bravissimo nel ruolo del due volte campione mondiale di scacchi Hugh Alexander.

Scrivere un film su Alan Turing non era affato semplice, in virtù della complessità di temi che la sua vita involve; da quello sociale a quello storico, da quello tecnologico a quello umano, non rendendo una sua biografia un argomento avvicinabile da chiunque.

A spianare la strada al regista è senz’altro occorsa quella scritta da Andrew Hodges Alan Turing: The Enigma che tuttavia getta l’ombra del complotto nazionale sulla morte del matematico. Tutt’altro tono conferisce invece Tyldum al film: The Imitation Game è la storia di un uomo vittima e al contempo eroe del suo tempo, ma è anche un film elegante, profondo, molto europeo, nel suo essere metà norvegese e metà inglese e che non avrebbe probabilmente raggiunto tanta raffinatezza se posto nelle mani del cinema americano.

La trama riesce a toccare temi scomodi ma attuali come ovviamente l’omosessualità che, sembra strano ma è storia, fu abolita come reato dalla open-minded Inghilterra solo nel 1967 (l’Italia, paradossalmente, lo fece nel 1887, salvo poi perseguitare le minoranze con l’avvento del fascismo); il movimento femminista, l’inedito rapporto che si fa strada tra l’uomo e la macchina e destinato a cambiare gli stessi rapporti umani.

Sopratutto, il regista riesce nello scopo di rendere omaggio ad un personaggio straordinario, riuscendo a donare forza e intensità alla sua figura, rivendicandone con orgoglio l’identità che il vero Turing fu costretto ad abiurare.

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Forse, in questi tempi di subbugli e Family Day “in favore dei diritti dei bambini e della famiglia tradizionale” dovremmo ricordare con maggior cognizione il passato e se simili abusi e leggi contrarie alle cosiddette minoranze posso parerci oggi assurde e disumane, dovremmo piuttosto far sì che simili barbarie restino appunto nel passato. Ricordiamo per non perpetrare.

 

Alessia Agostinelli

Alessia Agostinelli

Alessia Agostinelli

Laureata in filosofia e amante del cinema e della letteratura, sempre in giro per il mondo all'inseguimento dell'unico, grande sogno: la scrittura. Letteratura dell'800, film degli anni '90 e Filosofia di ogni tempo sono da sempre i miei compagni più fedeli.